Incendi americani

Jonathan Israel, Il grande incendio. Come la Rivoluzione americana conquistò il mondo: 1775 – 1848, tr. Dario Ferrari e Sarah Malfatti, Einaudi, pp. 870, € 38 stampa, € 12,99 eBook

recensisce NICOLA PALADIN

Negli ultimi due anni il panorama editoriale italiano ha presentato un’interessante convergenza di saggistica dedicata a un argomento storico, politico e letterario non particolarmente di primo rilievo: la Rivoluzione Americana. Nel 2017 Einaudi ha pubblicato Rivoluzioni americane. Una storia continentale, 1750 – 1804 dello storico americano Alan Taylor (traduzione a cura di Dora Di Nunno). Nello stesso anno, la casa editrice La scuola di Pitagora, all’interno della collana “Le balene”, ha proposto Fate in his eye and empire on his arm. La nascita e lo sviluppo della letteratura epica statunitense, di Enrico Botta, giovane studioso italiano di letteratura americana, la cui analisi, sebbene si concentri sull’origine di un genere letterario, non può prescindere dal confrontarsi con la Rivoluzione, poiché, in parte, influenzò Timothy Dwight nella composizione di The Conquest of Canaan, nel 1785, e Joel Barlow nella stesura di The Columbiad, del 1807. Il 2018 vede l’uscita in rapida successione di altre due opere dedicate all’argomento, La rivoluzione americana dello storico italiano Tiziano Bonazzi (edito da Il mulino), e Il grande incendio. Come la Rivoluzione americana conquistò il mondo: 1775 – 1848, volume monstre dello storico inglese Jonathan Israel, pubblicato in italiano da Einaudi.

Docente emerito presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, Johathan Israel è considerato un luminare di storia dei Paesi Bassi e storia dell’Illuminismo, autore di una monumentale trilogia, composta da Radical Enlightenment: Philosophy and the Making of Modernity, 1650-1750 (2001), Enlightenment Contested: Philosophy, Modernity, and the Emancipation of Man, 1670-1752 (2006), e Democratic Enlightenment: Philosophy, Revolution, and Human Rights, 1750-1790 (2011). La sua ultima opera, per l’appunto, The Expanding Blaze. How the American Revolution Ignited the World, 1775-1848 (traduzione a cura di Dario Ferrari e Sarah Malfatti), presenta una ricerca delle origini illuministe della Rivoluzione nelle colonie americane e del loro impatto nei moti liberali europei dalla Rivoluzione Francese al 1848. Il titolo del volume suona programmatico in modo deliberato: se il sottotitolo suggerisce l’evidente presa di posizione intellettuale di Israel, il titolo vero e proprio, “The Expanding Blaze”, il grande incendio, delinea invece una genealogia politico-letteraria alla base della lettura proposta da Israel. Si tratta infatti di un verso di Philip Freneau, il poeta della rivoluzione americana, e tratto da On the Prospect of a Revolution, pubblicato in Francia nel 1790, segnale della consapevolezza dell’influenza che la Rivoluzione Americana avrebbe esercitato nel vecchio continente.

In questo senso, è corretto parlare di presa di posizione per due motivi. In primo luogo, perché l’ipotesi che la Rivoluzione Americana abbia ispirato quasi un secolo di insurrezioni popolari in Europa costituisce la struttura portante del volume di Israel; non a caso, vari capitoli sono dedicati a contesti insorgenti successivi alla rivolta delle colonie americane, come per esempio, la Rivoluzione Irlandese (1775-1798), la Rivoluzione Haitiana (1791-1804), i moti indipendentisti dell’America latina (1810-1825), e anche la Rivoluzione Greca (1770-1830), in cui combatté un altro e forse più iconico poeta, vale a dire Lord Byron. In secondo luogo, Israel pone la propria tesi in dialogo con uno dei testi più importanti scritti sul tema, On Revolution (1963) di Hannah Arendt. Tuttavia, mentre la filosofa tedesca riconosce una netta cesura tra l’esperienza americana e movimenti come le rivoluzioni francese e russa, Israel sostiene invece che “La Rivoluzione americana e quella francese, al contrario di quanto è stato spesso sostenuto, non hanno affatto caratteri profondamente diversi, e in realtà corrono parallele, senza sostanziali differenze di principio o di tendenza generale” (20), anzi, “le imprese dei padri fondatori e i successivi eventi esteri mostrano la stretta interazione fra la Rivoluzione americana, con i suoi principî, e le altre rivoluzioni, confermando che essa ebbe una rilevanza mondiale, non tanto come forza che intervenne direttamente, quanto come ispirazione e modello primario del cambiamento universale” (22).

In particolare, Israel rintraccia elementi similari tra la Rivoluzione Americana e le altre insurrezioni a proposito del ruolo del popolo all’interno di un movimento rivoluzionario, che Arendt ritiene centrale nelle rivoluzioni francese e russa. Se, citando Jean Hector St. John de Crèvecoeur – autore del famoso Letters from an American Farmers (1782) – Arendt concorda con il francese che si professava “decisamente avverso alla rivoluzione americana, ch’egli vedeva come una sorta di cospirazione di ‘grandi personaggi’ contro ‘il ceto comune degli uomini’” (19), d’altro canto, Israel afferma che in tutti i principali casi, inclusi quelli francese e russo, “le rivoluzioni non sono modellate dalla socievolezza o dagli atteggiamenti generali delle popolazioni, ma da avanguardie rivoluzionarie organizzate che si servono del proprio linguaggio politico distintivo, della propria retorica e dei propri slogan, come mezzi per catturare, prendere il controllo e interpretare il malcontento generato dalle pressioni sociali ed economiche esistenti” (18).

Anche Tiziano Bonazzi riconosce la centralità della comunicazione politica e della propaganda dell’epoca, osservando come i patrioti fossero riusciti con successo a impadronirsi della maggior parte delle stamperie e dei media a loro disposizione per veicolare con successo l’ideologia indipendentista in tutti gli strati della popolazione. In particolare, Bonazzi ricorda l’episodio del porto virginiano di Norfolk: “i patrioti avevano cacciato i lealisti dalla città e la flotta inglese cercò di riconquistarla senza riuscirvi. mentre gli inglesi si ritiravano, un incendio distrusse interamente la città e i patrioti riuscirono a imputarlo al bombardamento navale inglese” (68). Questo esempio costituisce la punta dell’iceberg di una moltitudine di episodi della Rivoluzione Americana in cui la reazione popolare fu mobilitata attraverso i media al fine di legittimare le operazioni stabilite dalle élite rivoluzionarie. In questo senso, Bonazzi si allinea alla tesi di Israel, riconoscendo nell’indipendenza americana un atto “intellettuale e dichiarativo”, come ha sostenuto Gordon S. Wood in un classico degli studi sulla Rivoluzione Americana.

Ciò che emerge dalle letture di questi esperti è che, usando le parole di Israel, “il ruolo del popolo è stato ampiamente sminuito” (17), in altri termini, significante ma mai significato, mezzo ma mai fine di un certo disegno ideologico. Tale condizione ha portato altri prominenti studiosi (per esempio Sophia Rosenfeld, Ronald P. Formisano e lo stesso Alan Taylor) a rintracciare nella Rivoluzione Americana alcuni tratti costitutivi del populismo contemporaneo. Israel non sembra essere di questo avviso. Analizza e discute parte di queste caratteristiche (si concentra in modo particolare sulla lingua delle élite rivoluzionarie), ma mantiene la propria analisi rigorosamente aderente alle categorie consolidate di Illuminismo moderato e radicale, asserendo che tali anime abbiano contribuito in modo complementare alla realizzazione della Rivoluzione come culla del repubblicanesimo americano. Colpisce, tuttavia, che Israel identifichi nei populismi di metà Ottocento (uno su tutti, il Know Nothing movement) la manifestazione della crisi delle radici illuministe dello stato americano: “A partire dagli anni Novanta del Settecento il sentimento dell’opinione pubblica americana si era trasformato, e quella che era stata una forza che promuoveva i diritti umani, la democrazia e la libertà di espressione, adesso era diventata una barriera contro quegli stessi principî, un fenomeno culminato nel movimento Know Nothing e nell’estremismo xenofobo degli anni Cinquanta dell’Ottocento” (722).

Da questi presupposti risulta impossibile non rileggere la Rivoluzione Americana alla luce delle dinamiche attraverso cui il suo portato politico-culturale sta venendo riutilizzato nell’epoca contemporanea, ma sarebbe anzitutto scorretto esaminare il lavoro di storico di Israel peccando di presentismo, soprattutto alla luce della rigorosa cornice su cui si struttura Il grande incendio. Cionondimeno, classificare gli eventi americani come la prima grande rivoluzione liberale a cavallo tra l’era moderna e quella contemporanea, trascurando in essa l’origine dell’eccezionalismo americano che secondo Bonazzi “ha guidato il pensiero della destra americana dal neoconservatorismo di Ronald Reagan all’America first di Donald Trump” (10), rischia di far perdere di vista la sua influenza a lungo termine sul “secolo americano” e non solo.

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